mercoledì 16 maggio 2012

"Potenziali evocati", di Guido Fruscoloni.



I social network, come Facebook e Twitter, sono accattivanti, ricchi di idee e pensieri che si incrociano, si riesce a venire in contatto con personalità sfaccettate e singolari.  Uno dei più interessanti scambi di idee è avvenuto con Guido Fruscoloni.  La nostra conoscenza è solamente “virtuale”, ci siamo inviati diversi tweet, è aumentata l’empatia tra noi e la mia stima nei suoi confronti.  Quando ho saputo che Guido Fruscoloni aveva pubblicato un libro l’anno scorso, mi sono incuriosito e ho voluto acquistarlo.  Il titolo è: “Potenziali evocati”, si tratta del primo romanzo dell’autore.   

Quando ho ricevuto, per posta, il libro di Guido Fruscoloni.
  
Lo trovate e comprate, QUI.  Vi consiglio di dare anche un’occhiata al sito dell’autore QUI, e al sito di Francesco Rossi, QUI, il fotografo che ha curato e realizzato l’interessante copertina del romanzo.  Potremo considerare le nostre affinità, delle “affinità virtuali”, anche se credo che, prima o poi, ci conosceremo di persona.  Ecco una breve biografia di Guido Fruscoloni: è nato a Grosseto nel 1980 e vive attualmente nella quiete di un paesino sul Chianti.  Programmatore e grafico web autodidatta sin da giovanissimo, per un periodo sembra essere la sua strada, poi fonda e gestisce una ditta di abbigliamento di cui è al contempo amministratore e direttore artistico.
Si laurea in scienze infermieristiche e dopo alcuni anni in cui concilia la professione sanitaria con l'azienda di moda, abbandona la seconda per diventare il più giovane Coordinatore Infermieristico di una delle realtà ospedaliere più prestigiose della Toscana.
Colleziona rompicapo e il suo preferito è il cubo di Rubik, nel quale si può vedere riflessa la sua personalità, intricata, poliedrica e ricca di sfaccettature. Vi posto alcune foto di Fruscoloni:


Guido Fruscoloni, l'autore di "Potenziali evocati".
                   
Il suo romanzo, edito da Caosfera, rappresenta per me il riflesso di un diamante.  Come il diamante, infatti, la storia ha molte sfaccettature.  Riesce a raccontare veramente quello che è la vita.  La vita vera.  Senza ipocrisie, senza moralismi inutili, fa cadere il velo di Maya, ci colpisce con uno schiaffo, ci trascina al suo interno, con una straordinaria forza centripeta.  Ci tiene attaccati alla sue pagine, ci costringe a leggere fino alla fine, tutto d’un fiato.  Alla fine della lettura, ci lascia una mancanza.  Crea dipendenza, andiamo in astinenza. Sentiamo la necessità di rileggerlo interamente o, almeno, di rileggere le parti che più ci hanno colpito e affondato.  Mi è capitato solo con i grandi autori.  Per questo sono convinto che Fruscoloni farà strada, aspetto il suo prossimo romanzo, perché noi lettori ci sentiamo sedotti e abbandonati alla fine del libro.  La trama è molto originale, la maniera di scrivere è veramente avvincente e, al tempo stesso, difficile e colta.  La grandezza di Fruscoloni sta nel saper calibrare e giostrare tanti argomenti differenti, riuscendo a catturare la nostra attenzione con un libro complesso e coinvolgente come sa essere, solo, la vita vera.  Il romanzo rappresenta un’ esperienza pregna e satura di: tecnologia, famiglia, amicizia, sesso, malattia, medicina, e dell’immancabile amore.  L’amore che lega, che tiene insieme, che rappresenta la colonna vertebrale della vita.  Senza di esso potremmo tranquillamente impazzire.  L’amore è più forte della malattia, del dolore. 
Malattia e dolore sono presenze costanti all’interno della storia.  L’autore è molto attento al ruolo della malattia, al condizionamento che può causare.  Molto probabilmente Fruscoloni è riuscito a “liberarsi”, quasi in maniera catartica, dalla sofferenza che vede e incontra, tutti i giorni, per lavoro.
Davvero magistrale l’utilizzo del corpo umano come filtro, come specchio, come architettura dell’azione, come scansione temporale pulsante.
I personaggi sono descritti e caratterizzati bene, anche dal punto di vista psicologico.  Vi risucchieranno all’interno della storia in maniera morbosa. Si chiamano: Guido, Carlo, Francesca, Memmo e Mayla. Godranno del vostro interesse.
Di seguito trovate un’intervista che Fruscoloni ha voluto lasciare al mio blog. 
Devo ringraziare l’autore per la sua estrema gentilezza, per aver voluto condividere le sue idee, per aver scritto, chiarito i concetti espressi nel romanzo.  Per aver proiettato dei “retroscena” legati alla sua personale, fase creativa.
Aspetto il secondo romanzo dell’autore e sono convinto non mi deluderà.
Il libro vi conquisterà, perché Fruscoloni ha grandi progetti per voi lettori, grandi progetti...




INTERVISTA A GUIDO FRUSCOLONI

Uno scrittore dai “Potenziali evocati”.

1.    Hai tratto ispirazione da qualche libro o da qualche film per il tuo romanzo?
No a dire il vero.

2.    Ci vuoi parlare del titolo del libro? E’ una tua idea, o un suggerimento dell’editore?
Una mia idea, assolutamente. Potenziali Evocati, segue la scelta stilistica e metaforica che si ritrova per tutto il romanzo. Ogni capitolo è aperto dalla descrizione di un organo umano che in qualche caso sfiora le definizioni del libro di anatomia, ma che contemporaneamente è anche il corrispettivo metaforico dell’evoluzione che andrà a prendere la storia di lì in avanti. Il titolo non fa eccezione. I potenziali evocati sono esami che studiano le risposte del Sistema Nervoso Centrale ad uno stimolo sensoriale, in medicina, ma sono contemporaneamente i potenziali umani del personaggio, evocati dagli eventi, nel procedere della storia.

3.    Il tema della malattia ricorre nel tuo libro. E’ dovuto al lavoro che fai?
Penso di si. È inevitabile credo, scrivere di ciò che si conosce. La malattia mi ha permesso di esportare il concetto, in una chiave creativa differente. Non volevo però che fosse comprensibile solo ai sanitari (anche se ne coglieranno senz’altro qualche particolare in più), ma che avesse una chiave di lettura divertente ed originale, anche per chi non conosce scientificamente il corpo umano.

4.    Quanto ti identifichi con i tuoi personaggi? Quanto c’è di autobiografico?
Il personaggio principale si chiama Guido, come me, e la sua sofferta ed inseguita metà, Francesca, come la mia compagna. È stato inevitabile per chiunque ha letto Potenziali Evocati, chiedersi se il personaggio descritto nel romanzo, fossi davvero io o meno. La risposta è semplice: no. È una storia di fantasia, con situazioni plausibili, ma al limite della realtà. E anche i protagonisti della storia sono tutti personaggi di fantasia, non esistono riferimenti di alcun genere. Forse in qualche occasione, il nome. Chi cerca di trovare delle similitudini con persone reali perde tempo, e non si gode la storia.

5.    Come mai hai utilizzato il corpo umano come filtro, per svelare emozioni e passioni?
Perché volevo partire dall’interno, in tutti i sensi. Le emozioni e le passioni sono “viscerali” più di quanto non si pensi. Si parla di reazioni di “pancia”, affinità “cerebrali”, chimica. Siamo noi. Il nostro corpo non è qualcosa che possiamo considerare disconnesso dalla nostro intelletto. Non c’è lo strumento organico e il manovratore intellettivo. Siamo un’unica cosa. Nei difetti e nelle idiosincrasie. Con Potenziali Evocati, utilizzando gli organi, ho voluto fare una fotografia della società scattata attraverso il corpo umano, che è lo specchio di tutto ciò che c’è al di fuori di esso: sesso, droga, tecnologia, amicizia, famiglia, salute. E c’è l’amore, il sentimento più banale e folle da raccontare, che con le sue diverse forme e sfumature, passione oscura e malata ed emozione pura e pacificatrice, tiene tutto stretto nei suoi tentacoli e accompagna e guida l’uomo e le sue azioni, dall’inizio alla fine, senza possibilità di sfuggire.

6.    La copertina ha un'immagine di forte impatto. Vorresti spiegarne il significato?
Ah guarda la copertina è un bellissimo lavoro di empatia istantanea che c'è stata tra me e un mio vecchissimo amico di infanzia, che non frequentavo più da forse 20 anni. Ci eravamo ritrovati su Facebook e tramite il sito ero venuto a conoscenza del fatto che fosse diventato un professionista della fotografia. Lo contattai quasi per scherzo, ci siamo trovati e abbiamo parlato del suo lavoro, del mio libro, e delle nostre vite a distanza di anni.
Lui mi chiese di poter leggere il romanzo. Tempo due giorni l'aveva già finito e si era messo a lavoro secondo quanto ci eravamo detti il giorno del nostro incontro. La casualità quando visionai la bozza fu che un'immagine del genere, l'avevo pensata e dipinta anche io almeno 10 anni prima, senza averne più ricordanza. Un viso con i sensi occlusi. Un fantoccio umanizzato, accompagnato da una poesia che a distanza di tanti anni ancora mi scuote l'umore. Pensai che oltre ad aver avuto la stessa idea, ed averla espressa con mezzi diversi e a distanza di tanto tempo, questa potesse aver anche un significato diretto per il libro ed il fatto che fosse anche estremamente calzante all'idea generale che si vuol dare al protagonista della storia, fu solo un motivo in più per sceglierla subito. Gli occhi inoltre sono il primo capitolo del libro. E aprono la storia.  

7.    Come descriveresti il tuo romanzo?
Il mio è un romanzo veloce. Una concentrazione di eventi. Succedono molto più cose in due pagine di quante non succedano su mille in altri libri. Mi piaceva così. Lo volevo così. Denso.
Il mio romanzo può essere paragonato ad un serial tv. Divertente, veloce, che si rinnova di continuo e che non ha pretese di insegnare niente al prossimo, ma magari di intrattenerlo con la scrittura, quello si. Perché oggi non devono essere solo la tv o internet gli unici media di svago. Deve poterci riuscire anche un libro.
Ho letto anche grandi classici di migliaia di pagine. Libri che ti lasciano un segno indelebile e che ti fanno crescere. Libri dettati dall'esperienza e dalla maturità. Io non ho nessuna delle due caratteristiche, almeno non ancora, e sarebbe stato impossibile, oltre che stupido e presuntuoso, pensare di poter scrivere un libro del genere. Ma credo di aver fatto qualcosa di estremamente fruibile anche da chi magari non è troppo abituato a leggere, che passa velocemente e che forse in qualche occasione mette anche in risalto, con un diverso punto di vista, le  stupidità e le unicità dell'uomo contemporaneo e dei suoi strumenti di vita..

8.    Qual’ è il tuo rapporto con la tecnologia?
Molto buono direi. Anche intelligente, vorrei permettermi di aggiungere. Mi piace la tecnologia, la conosco bene e cerco di rimanere aggiornato, ma non mi lascio aggredire o condizionare troppo. Ho un passato da grafico, web designer e programmatore, amo i social network e tutte le nuove tecnologie, ma ho anche una leggera paura nei confronti del prossimo futuro.
Perché l’emancipazione su larga scala, nei confronti delle tecnologie (che sono sempre più alla portata di tutti) non è allo stesso livello delle tecnologie che si usano. E quando un utente utilizza un mezzo che non conosce bene, rischia di tutto oggi. Dal furto di identità, agli accessi sul conto online. Per assurdo, e senza voler offendere nessuno, in molti casi il parallelismo può essere quello di mettere una pistola in mano ad uno scimpanzé. Il pericolo è che si spari.
Si dovrebbe avere l’onestà intellettuale di studiare bene il mezzo prima di utilizzarlo, o lasciar perdere, e non utilizzarlo perché lo fanno tutti. Oggi persone non si rendono conto di mettere online tutta la loro vita. Marito, figli, nome del cane, nome del pesce rosso, della nonna, date di nascita, indirizzi, migliaia di foto delle vacanze, seni che allattano, pance incinte. NON VA BENE. La maggior parte di queste persone magari non sa neanche che esistono hacker che in gergo vengono chiamati “watcher” che di lavoro, a giornate intere, studiano una persona. Abitudini, nomi e cognomi di figli e cani, date di nascita. E segnano tutto. Poi tentano accessi alle caselle email. Incrociano dati NOMEFIGLIO+FIGLIA, NOMEFIGLIO+DATADINASCITA, NOMECANE ecc. ecc. La sconsideratezza delle persone monitorate sta che nell’80% dei casi la password si identifica in poco meno di 20, 30 tentativi, svolti con calma, nel tempo. Poi entrati nella mail, aspettano una registrazione all’home banking, poi dall’home banking.. e via e via. Online si trova un mondo bellissimo, MA BISOGNA STARE ATTENTI. E conoscere il mezzo.
Ma questo vale anche per la vita.

9.    Come spieghi il successo, l'interesse che suscita il tuo romanzo tra i lettori?
Bella domanda. Non saprei dire con precisione, anche se provando a pensare potrebbe aver influito una serie di fattori. Anzitutto credo il fatto che sia un romanzo “veloce”, di neanche 200 pagine, con capitoli brevi e immediati e non un tomo di duemila pagine. Si legge sempre meno (anch’io purtroppo) perché si ha sempre meno tempo. Forse è anche il motivo del successo di twitter. Oggi le persone vogliono concetti immediati, subito. Se sfori lo spazio consentito, non voglio saperlo! Non saprei dire se è triste o positivo. Si potrebbe aprire un capitolo di filosofia dei conservatori vs futuristi e non arrivare comunque ad una soluzione, però tant’è, e Potenziali Evocati si incastra nel paradigma.
La seconda idea che mi sono fatto invece riguarda il contenuto. Come dicevo nelle domande precedenti è un contenuto cinico e sarcastico che racconta ridacchiando concetti altrimenti troppo pesanti da digerire. È una pillola zuccherata, per rimanere nei parallelismi medici. Infine parla della vita in maniera così diretta da perdere in qualche passaggio anche il filtro romanzesco. Ho intenzionalmente utilizzato parole strane, in modo da mantenere l’attenzione alta ed utilizzato i colpi di scena per lasciare dei punti in sospeso, che uniti a matita, all’ultimo rigo dell’ultima pagina, rivelassero l’immagine che non si vedeva.
Devo esserci riuscito, a quanto pare.

10. Quanto tempo hai impiegato per scrivere il romanzo?
Due anni. Moltissimo considerato il numero di pagine.
Ma la costruzione mi ha portato via molto tempo, ed il fatto di non fare lo “scrittore” di professione non mi permetteva di dedicare al romanzo troppo tempo.


11. Ho trovato molto interessante il personaggio che si chiama Carlo. Esiste realmente?
Carlo ha colpito tutti. Non a caso, i Potenziali Evocati forse sono più i suoi che non quelli del protagonista. Stupirò chi l’ha letto, dicendo che si, Carlo esiste.
Ovviamente la persona a cui mi sono ispirato non si chiama Carlo, e pur avendo lo stesso difetto cerebrale non è così esasperato come nel personaggio del libro.
Carlo è il mio personaggio preferito.

12. Credi in Dio? Oppure lo odi come Memmo?
Dunque, credo che sia impossibile per chiunque, anche per i dichiaratamente atei, rinnegare la percezione della divinità o dello spirituale. Essendo di formazione cattolica, credo in Dio, nella forma in cui mi è stato insegnato e poi l’ho adattato allo stupore che mi genera tutti i giorni la natura. Detto questo, non sono un praticante, e non mi piacciono la maggior parte delle limitazioni imposte dalla chiesa; dal rapporto con l’omosessualità, fino alla mal gestione delle autorità ecclesiastiche della pedofilia. Di base è chiara una cosa, la chiesa è fatta di persone, e di fatto soffre e soffrirà sempre delle aberrazioni e delle debolezze dell’uomo. Dio è un’altra cosa.

13. Come puoi definire il tuo stile?
Questa è una domanda da porre ai critici! A parte gli scherzi, non saprei. Ho scritto interpretando e forse scimmiottando (qualcuno dice che non si inventa più niente) le letture che in passato mi hanno colpito di più, da Don de Lillo a Palahniuk, senza avere le minima pretesa e speranza di avvicinarmici, sia chiaro.

14. Come procedi per la scrittura? Improvvisi, o usi una scaletta restando fedele ad essa?
Tutto casuale ed improvvisato. Cerco di ritagliarmi dei momenti quando capita. Spesso mi accade di fermarmi per strada ad appuntarmi un’idea o una bozza di capitolo, direttamente sul telefono, o su un foglietto, per poi riprenderlo e sdifettarlo con calma quando ho un momento libero.

15. Quali autori e generi preferisci leggere?
Mi piace un po’ tutto, come nella vita del resto. Prediligo, forse per distanza di impostazione, il nichilismo. Mi piace leggere ed interpretare qualcosa che probabilmente non sarei e non farei mai. Mi piacciono molto anche i testi di filosofia, fino a non disdegnare testi tecnici e scientifici come i manuali di marketing o di medicina.

16. Stai lavorando ad un nuovo romanzo?
Si. E sono emozionatissimo perché credo di aver avuto un’idea molto interessante. Sfortunatamente, salvo scrivere il primo capitolo, sono diversi mesi che non riesco a trovare il tempo di scrivere. Ho appunti ovunque che prima o poi deciderò di censire e ricomporre in qualcosa di minimamente discorsivo e comprensibile. Tra l’altro ci saranno dei camei tratti dal mio romanzo, che però non pregiudicheranno la lettura del nuovo a chi non  ha letto potenziali evocati. Chi avrà letto Potenziali Evocati, avrà qualche sorpresa in più di certo.

Nessun commento:

Posta un commento